La Basilicata è il Texas d’Italia parola di Eni. Baldazzi lo scrive in inglese

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La Basilicata è il Texas d’Italia
parola di Eni. Baldazzi lo scrive in inglese

L’Eni e Bardazzi e Assomineraria possono dire tutto quello che vogliono a chi vogliono e nella lingua che vogliono, ma la verità resta un’altra, e basta andarci a Viggiano per vedere, per capire, per respirare

di Maria Rita D'Orsogna (Fisico, docente universitario, attivista ambientale)

Petrolio
Petrolio

Sono varie settimane che la stampa lucana riporta una serie di articoli di fiammate, di puzze e di boati dal Centro Oli di Viggiano. Non sono fenomeni una tantum ma si ripetono frequentemente — errori umani, macchinari, corto circuiti, imprevisti nella produzione. C’è sempre una ragione o una scusa. Ma checché ne dica l’Eni, queste cose sono normali quando si ha a che fare con impianti petrolchimici. Ci sono stati in passato, ci sono adesso, e ce ne saranno ancora.

Vado a vedere allora cosa dice l’Eni in proposito e mi imbatto in un bellissimo articolo pubblicato il 24 Agosto 2015 dall’Eni stessa per il suo pubblico anglosassone e che parla della Basilicata. L’articolo è rigorosamente in inglese, compare sul sito web aziendale e ha questo titolo: Inside the Texas of Italy. L’autore è Marco Bardazzi, il communications director dell’Eni. È nella sezione «education»: insomma, la Basilicata è il Texas d’Italia, parola di Eni.

Lo leggo. Altro che education. L’articolo è uno di quelli che prenderebbe dieci nella sezione «propaganda». E se ci dovesse essere un sottotitolo sarebbe «propaganda contadina». Si apre tutto con immagini bucoliche, e con la domanda «vedete voi qui i pozzi dipetrolio?» E infatti non si vedono.

Dicono che i pozzi sono difficili da distinguere dal verde dell’ambiente perché nonostante questo sia il più grande campo petrolifero dell’Europa continentale, l’Eni ha messo cosi «tanta cura» nel metterli in produzione, che il territorio è pienamente rispettato, e l’impatto ambientale limitato. E quindi i 27 pozzi e i 100 km di oleodotti sotterranei non sono assolutamente un problema. Per di piu hanno anche 8 centraline di monitoraggio ogni chilometro quadrato che «sniffano» l’aria del Centro Oli e che controllano rumori, qualità dell’aria, sismicità del territorio. Hanno pure oltre400 siti di monitoraggio per la flora e per la fauna.

Insomma, il paradiso terrestre. Non mancano riferimenti alla Scandinavia e l’orgoglio di essere, secondo loro, meglio di Norvegia, Gran Bretagna e Olanda! In Basilicata si vedono ampi spazi, i ritmi sono quelli dell’agricoltura centenaria, si ascoltano le cicale e i cani che abbaiano, si sentono i profumi della campagna. Mettono in mezzo pure i peperoncini «cruschi» della lucania e la cucina tradizionale. Manca solo che suggeriscano ricette al petrolio.

Dicono pure di far ricerca per capire quali siano i «migliori colori» per camuffare i pozzi, e quindi le tonalità scelte sui loro bei tralicci sono ottimali. Solo la cima degli impianti, purtroppo, è rossa per la sicurezza dei voli aerei. Tutto il resto è dipinto dalle sfumature naturali della Val D’Agri.

Il petrolio, in Basilicata è «parte della storia e dell’abbondanza naturale», come il grano, le olive o l’eccellente vino dell’Aglianico del Vulture. Anzi, già ai tempi dell’arrivo dei monaci benedettini nel medioevo si sapeva che il petrolio sgorgava naturale dal fiume Tramutola. Nessuno sapeva che fare di questa enorme ricchezza, finché non è arrivata l’Eni che dopo varie peripezie è riuscita a sfruttarla, riversando royalties sulla regione, finanziando scuole, università, centri storici, protezione civile, portando lavoro con una costante crescita di personale specializzato che fa da trampolino di lancio per il futuro. Che eroi.

Chissà perché in questa storia non compaiono mai tutti quelli che abbandonano la Basilicata perché è sempre nella top 3 delle più povere d’Italia secondo l’Istat, nonostante vent’anni o quasi di petrolio, e nonostante i pozzi dipinti di verde.

Chissà perché in questa storia non compaiono neanche le fiammate del Centro Oli di Viggiano. Quando arrivano a parlare di quelle? Non vogliono dirci che sono delicati fuochi di artificio per il beneficio dei residenti? E le «anomalie di funzionamento»? E i boati? E le puzze? E l’immondizia petrolifera seppellita sottoterra aCorleto Perticara?

Come si dice anomalie di funzionamento in inglese? Ma no, perché turbarsi. Nessun problema, perché qui di anomalie, di fiammate, di veleni non se ne parla. C’è spazio solo per pozzi dipinti di verde e di canti di cicale.

In Basilicata occorre fare «sharing, integration, coexistence», cioè un calderone di tutto, in cui volente o nolente ci dobbiamo per forza mettere il petrolio, anche se non c’entra niente con l’essenza vera di questo posto. Non importa, secondo l’articolo questo «sharing» ben si adatta alla Val D’Agri, pure da un punto di vista… religioso!

Non ci lasciano niente, eh? E infatti c’è la Madonna Nera di Viggiano che guarda benevola i ritmi e le attività di Viggiano. Una Madonna che è sopravvisuta a persecuzioni, ai Saraceni, alle invasioni degli Arabi e che venne seppellita per secoli in un fosso per evitare che fosse distrutta. Dopo il ritrovamento diventò la protettrice e regina di Lucania grazie a Papa Paolo VI. Pure il papa scomodano.

Non poteva mancare il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, la cui ditta fa consulenze petrolifere da anni e che, esperto adesso anche di turismo, ricorda che — ovviamente! — l’industria non è in conflitto con il turismo e la cultura e che anzi, sono complementari. È veramente un insulto all’intelligenza di chi legge.

L’Eni e Bardazzi e Assomineraria possono dire tutto quello che vogliono a chi vogliono e nella lingua che vogliono, ma la verità resta un’altra, e basta andarci a Viggiano per vedere, per capire, per respirare.

Giovedì 31 dicembre 2015

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