Eni paga Panorama per scrivere un articolo di fantasia sulla Val d'Agri?

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Eni paga Panorama per scrivere
un articolo di fantasia sulla Val d'Agri?

Il reportage di Carlo Puca è stato frainteso. Va letto al contrario, nasconde critiche celate e non facilmente comprensibili. Ora attendiamo un suo articolo sull'Ilva di Taranto

Redazione Online

Cetto La Qualunque
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Articolo di Carlo Puca (pubblicato da Panorama, 15 dicembre 2015)

Nella «Terra dei sogni» la disoccupazione è prossima allo zero, le tasse locali sono abolite e il bonus-bebè arriva fino a 5 mila euro. In quel luogo fatato i ragazzini frequentano scuole ristrutturate e accoglienti, gli anziani vengono inviati gratuitamente alle terme e i giovani studiano all’università con l’80 per cento delle spese coperte (master compresi).

Tutti, poi, possono godere di un centro culturale all’avanguardia, di strutture sportive di livello europeo e, eventualmente, della succursale del conservatorio. Se poi un cittadino, uno qualsiasi, ha un progetto imprenditoriale e lo presenta all’«Ufficio sviluppo», è certo che gli verrà finanziato, a patto che sia potenzialmente interessante. Quanto alle abitazioni, ai residenti la ristrutturazione viene rimborsata per quattro-quinti. E d’inverno, quando devono riscaldarsi, pagano poco o nulla, perché godono annualmente di un benefit-gas variabile dai 600 ai mille euro. Ecco, state ancora sognando? Svegliatevi pure. Questa Terra esiste: si chiamaViggiano, sta a Sud, in provincia di Potenza e domina la Val d’Agri.

Difficile, però, che tale modello possa essere replicato. La spiegazione parte da una domanda precisa al sindaco Amedeo Cicala: «Al netto degli euro già impegnati, quanti milioni avete ancora in cassa?». Risposta: «Alcuni pensano siano 120. In verità sono soltanto 60…». Proprio così: «Soltanto 60». Denari che renderebbero felice qualsiasi Comune italiano, figurarsi quelli sotto i 5 mila abitanti.

Ma che costituiscono appena una parte dei circa 2 miliardi di euro di royalty sulla produzione di idrocarburi (gas e soprattutto petrolio) pagate dalle multinazionali.

Nel dettaglio, le compagnie petrolifere hanno versato 225 milioni ai Comuni (con Viggiano beneficiata di 142 milioni), 1,3 miliardi di euro alla Regione Basilicata e, soltanto negli ultimi sei anni, 290 milioni al Fondo nazionale idrocarburi e per finanziare la «card idrocarburi», ovvero i buoni benzina per tutti i patentati della regione. Sì, tutti, anche per i lucani residenti lontani dai pozzi, che peraltro occupano appena lo 0,5 per cento dell’intero territorio. Un’inezia che tuttavia non convince gli scettici.

Il petrolio italiano ha tanti nemici, che compongono il potentissimo quadrilatero dei cosiddetti No-Triv (no-trivelle): la quasi totalità degli ambientalisti, un pezzo importante di giornalismo nostrano, molti politici e singoli pubblici ministeri. In un’Italia dove ormai pochi studiano o leggono le carte ufficiali, il quadrilatero tiene una condotta circolare, soprattutto al Sud: gli ambientalisti, talvolta in buona fede, lanciano un allarme emotivo; i giornalisti lo amplificano perché li rende popolari; i politici lo assecondano per rimediare voti; i magistrati lo perseguono per fare giustizia a tutti i costi, vera o falsa che sia la notizia di reato. E già, perché sui temi ambientali vale la regola del «sentito dire»: più la denuncia è preoccupante, più i social network la rilanciano, più la voce di popolo diventa voce di Dio.

Malattie e tumori

Prendiamo la presunta storia dei tumori provocati dall’estrazione. Su Google, digitando «tumori in Val d’Agri», compaiono centinaia di pagine angoscianti, tipo: «Lo spaventoso aumento dei tumori», «La Val d’Agri ammalata di petrolio», «Il cancro nero» e così via. Leggendole, però, dimostrano zero fondamento scientifico: mancano dati, fonti e persino circostanze, rappresentano soltanto opinioni e sensazioni. Semiclandestino, circola invece il «Registro dei tumori della Basilicata», il massimo studio in materia, dal quale emerge che la media dei cancri registrata in Lucania (parole del responsabile, Rocco Galasso) «è al di sotto di quella nazionale e in linea con la media delle regioni del centro sud». Di più: in Basilicata le percentuali più alte si registrano «a Potenza e nel Vulture-Melfese» mentre quella più bassa proprio «nell’area della Val d’Agri». Il guaio è che i No-Triv, di fronte a cotanta evidenza, hanno pure rilanciato. Come? Ostentando la prova decisiva: le carpe del Pertusillo…

Il lago del Pertusillo

Al confine con Viggiano c’è un lago artificiale, il Pertusillo appunto, bello e grande: occupa una superficie di 75 chilometri quadrati. È importante per la produzione di energia idroelettrica e, soprattutto, perché è uno dei punti di partenza dell’acquedotto pugliese: consente l’irrigazione di oltre trentacinquemila ettari di terreni tra la Lucania e il Tavoliere.

Intorno al lago, oltre alle coppiette, prosperano diverse aziende agricole e si praticano la pastorizia e la pesca sportiva. Purtroppo, da una decina d’anni a questa parte, nel Pertusillo si registranoperiodiche morie di pesci. A ogni strage delle povere carpe, è puntualmente corrisposta la campagna ambientalista in difesa di agricoltori, pastori, pescatori, pecore, mucche, peperoni, melanzane, pecorino, scamorze e, ovviamente, della frittura di pesce. «È colpa di idrocarburi, acidi alogenati e clorurati cancerogeni» urlavano, per esempio, quelli di «Liberiamo la Basilicata»; bravi, bene, bis, acclamavano twittatori, facebookisti e giornalisti ideologizzati, gli stessi che insultavano l’attore Rocco Papaleo e il poeta Franco Arminio per aver manifestato pubblicamente un approccio laico sulla faccenda-petrolio. Ma tant’è. 

Il 17 novembre un rapporto ha tenato di rimettere le cose a posto. Quel giorno Aldo Schiassi, allora direttore dell’Arpab (Agenzia regionale per l’ambiente della Basilicata), ha presentato lo studio più approfondito mai compiuto sul Pertusillo, coinvolgendo i migliori laboratori italiani. Il risultato, consultabile sul sito dell’Arpab, lo sintetizza Schiassi stesso: «Il lago è inquinato e va bonificato. Ma è da sfatare il mito delle estrazioni petrolifere: la moria dei pesci è dovuta a scarichi illegali di allevamenti e agricoltori, e di qualche azienda locale». Insomma, è davvero grottesco: i presunti ambientalisti difendevano quelli che contaminavano il Pertusillo. E peraltro rovinavano la loro fritturina di carpe.

No-Triv contro la Scienza

Ciononostante, in pochi hanno rilanciato lo studio dell’Arpab. Di sicuro nulla ne sanno i governatori, la gran parte meridionali, con in testa il pugliese Michele Emiliano, che sono sul piede di guerra contro il decreto Sblocca-Italia (governo Renzi, 2014). Per assecondare i loro istinti elettorali, i paladini del Sud (ma come intendono farlo rinascere il Mezzogiorno? Per intercessione dello Spirito Santo? Bah…) hanno presentato la richiesta, già legittimata dalla Cassazione, di sei referendum per impedire la ricerca e il potenziale sfruttamento di gas e oli combustibili nascosti nei fondali della Penisola.

Ora manca soltanto il via libera della Corte costituzionale e poi verremo tutti chiamati alle urne in primavera. Quando è prevedibile che le urla dei No-Triv ci ammoniranno sulla morte e la distruzione portata dal petrolio, sulle catastrofi ambientali e le leucemie prêt-à-penser.

E fa nulla che la scienza dica il contrario. A maggior ragione perché potranno citare l’ultima ed ennesima inchiesta sul Centro Olio di Viggiano, esplosa (questa sì) sui giornali il 2 dicembre: 37 indagati, la gran parte semplici impiegati senza alcun potere decisionale, i cui nomi, cognomi, foto e indirizzo sono stati diffusi dalla Dda di Potenza e marchiati con la scritta «Wanted» dai soliti frequentatori dei social network. Sembra un invito: andate a prenderli a casa uno ad uno, sono loro gli untori che diffondono il tumore tra i vostri cari...

Fatto sta che le indagini dei pubblici ministeri Francesco Basentini e Laura Triassi riguardano sempre gli stessi temi, altre volte archiviati: lo smaltimento dei rifiuti, le emissioni in atmosfera, i livelli di diossina, l’eventuale presenza di inquinanti nel terreno, fino alle accuse più nuove, ovvero il disastro ambientale e il traffico illecito di rifiuti.

Però delle due l’una: se per i pm i 37 accusati, a partire dallo stesso Schiassi, peraltro considerato un uomo irreprensibile, e dal responsabile del Distretto meridionale dell’Eni, Enrico Trovato, sono davvero colpevoli, allora il Centro va sequestrato e chiuso immediatamente per fermare il presunto disastro ambientale. Se i magistrati non lo fanno, significa che nemmeno loro credono all’inchiesta. È soltanto un atto dovuto. A chi, non è dato sapere.

Certo è che se il Centro Olio di Viggiano fosse fuorilegge, lo sarebbero tutti gli altri nel mondo. Senza entrare nei dettagli tecnici, comunque tutti verificabili on line da chi ne avesse voglia, la tecnologia impiantata qui è tra le più avanzate e pulite del pianeta. Trovato, il responsabile sotto accusa, ne fa un motivo di orgoglio «insieme all’altra nostra priorità: la sicurezza dei lavoratori». Per intenderci bene: il 9 novembre il «Legatum Institute», prestigiosissimo istituto di Londra, ha diffuso «l’indice globale di prosperità» che classifica i Paesi più felici del mondo. Il primo posto è andato alla Norvegia, nazione assai ambientalista, che però deve la sua fortuna economica anzitutto al petrolio e alle trivelle, per le quali si riferisce costantemente alla tecnologia italiana. È più o meno la stessa della Val d’Agri. Dove, tra l’altro, con il petrolio è spuntata ricchezza anche sotto altre forme.

Boom economico

Dal 1999 al 2014, svela un rapporto dell’autorevole Nomisma, le presenze per il turismo-business sono aumentate del 26 per cento, e con esse gli alberghi. La quotazione delle abitazioni è cresciuta dell’80 per cento. L’Europa ha riconosciuto il marchio Dop e Igp a sei nuovi prodotti alimentari lucani molto dopo le perforazioni, a conferma che per Bruxelles non incidono sulla natura circostante. Soprattutto, l’indotto comincia a camminare con le sue gambe. Dopo essersi nate e formatesi con il Centro Olio, singole imprese della Valle stanno aggiudicandosi appalti nel mondo, a partire dal Mozambico, anche con compagnie concorrenti dell’Eni.

Un viaggio a Viggiano

E comunque, se non vi fidate, potete visitarlo Viggiano. Ne vale la pena, a prescindere dal petrolio: il cibo è genuino, la natura uno spettacolo, si incrocia una discreta arte sacra ed è pure il posto giusto per chi ha il dono della fede. Questa è infatti la patria della Madonna nera, «patrona e regina» della Basilicata. Sopra il «Sacro monte» c’è la sua effige in terra, e l’anno prossimo Papa Francesco passerà a benedirla. Troverà una cittadina in salute, che va rapidamente ripopolandosi.

Qui la rotta è inversa rispetto alla nuova emigrazione che sta devastando il Sud Italia: 744 mila unità nell’ultimo decennio, soprattutto giovani e laureati. Al censimento del 2011 Viggiano contava 3.122 abitanti ma ora sono già più di 3.300. Anche l’assessore al Bilancio, Rosita Gerardi, è una migrante di ritorno. Ora vorrebbe che la sua storia diventasse la storia di altri, tanti altri: «Contiamo entro il 2020 di superare i 5 mila residenti. Come? Alzando ancora l’asticella della qualità della vita».

Per i viggianesi, infatti, si prospetta un futuro sempre migliore. Non è sempre stato così: «Ora stiamo risolvendo il problema, però da noi resistono ancora contrade senza strade e fogne degne del Terzo millennio» spiega Cicala, alla guida del Comune da appena un anno e mezzo «perché nonostante la gran massa di soldi, in Val d’Agri e non solo, è mancata la programmazione. Si è proceduto con interventi spot invece che strutturali. E questo ha legittimamente stimolato in alcuni la diffidenza verso il petrolio».

È una diffidenza forse destinata a lenirsi davanti alla piscina olimpionica, ovviamente coperta e riscaldata: aprirà tra un anno. Quanto al palazzetto dello sport, è stato appena appaltato, mentre la clinica e una residenza per anziani verranno inaugurate al massimo entro il 2017. E che dire della nuova seggiovia e delle piste da sci di «Montagna Grande»? C’è il bando per la progettazione di strutture per circa 12 milioni di euro, tutti soldi messi dal Comune «per recuperare la nostra vocazione turistica: se ci sediamo sul petrolio non costruiamo speranza ma soltanto un benessere effimero» chiude Cicala. Che, a naso, sarebbe un buon sindaco anche in Norvegia. Anzi, il lavoro gli verrebbe anche meglio: lì sparirebbe il quadrilatero No-Triv che attenta alla felicità del suo popolo. Il popolo della Terra dei sogni.

Venerdì 18 dicembre 2015

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